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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 29 (Nuova Serie), ottobre 2015

Il settennato di Giovanni Gronchi

Abstract

Il presente saggio ripercorre le fasi dell'attività politica di Giovanni Gronchi, esponente di punta del "cattolicesimo sociale", nel corso del settennato presidenziale 1955-1962. Dopo aver ricordato le circostanze della sua elezione, viene descritta l'azione di Gronchi nella formazione del governo, in politica estera e in altri aspetti istituzionali della sua presidenza.

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Ospitiamo un intervento sulla Presidenza di Giovanni Gronchi per la penna del Professor Alessandro Giacone, Professore associato presso l'Università Stendhal - Grenoble 3. Ringraziamo il Professore per la cortese collaborazione.

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1. L'elezione di un democristiano anomalo

2. Gli interventi di Gronchi nella formazione del governo

3. I viaggi all'estero

4. Aspetti istituzionali della presidenza Gronchi

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. L'elezione di un democristiano anomalo

Negli ambienti politici italiani e internazionali, l'elezione di Giovanni Gronchi, avvenuta il 29 aprile 1955, fu accolta come un evento sorprendente dai risvolti inquietanti. A questi non mancavano certo le qualità e l'esperienza per ambire alle più alte cariche istituzionali. Nato a Pontedera nel 1887, Gronchi aveva avuto una precoce vocazione politica: nel 1902 si era iscritto al Movimento cristiano di Romolo Murri, che restò sempre il suo riferimento ideale. Nel 1919, avendo partecipato con don Sturzo alla fondazione del Partito popolare italiano, fu eletto alla Camera, dove si distinse per il suo talento oratorio e assumendo al contempo la direzione del sindacato dei lavoratori cattolici. Sottosegretario per cinque mesi nel primo governo Mussolini, nell'aprile del 1923 lasciò il governo con gli altri ministri popolari. Da allora, si attestò su posizioni di antifascismo intransigente: in seguito alle dimissioni di Sturzo, fece parte del "triumvirato" che diresse il PPI e, dopo la morte di Matteotti, fu uno dei grandi leader dell'Aventino fino allo scioglimento dei partiti democratici nel novembre del 1926. Avendo rinunciato al mestiere di insegnante per non servire il regime fascista, Gronchi si ritirò dalla vita di partito, dedicandosi ad attività imprenditoriali. Questa lunga eclissi politica si concluse nel 1942, quando contribuì alla creazione della Democrazia cristiana. Negli anni seguenti, fu successivamente membro del CLN (1943), fondatore della CGIL (1944), ministro dell'Industria, del Commercio e del Lavoro (1944-46), deputato alla Costituente (1946-48) e, infine, presidente della Camera (1948-55).

Tuttavia, nonostante questo prestigioso cursus honorum, Gronchi si era rapidamente trovato ai margini dei nuovi assetti di potere della DC. Principale rivale di De Gasperi in seno al partito cattolico, ne criticò la politica liberista auspicando una svolta in senso keynesiano. Inizialmente fautore della neutralità italiana, si dimostrò tiepido di fronte all'adesione al patto atlantico, senza però ostacolarne l'adozione in sede parlamentare. Al congresso di Napoli (giugno 1954), difese la prospettiva dell'apertura a sinistra, da raggiungersi con un'alleanza con i socialisti. In un contesto in cui PCI e PSI erano ancora legati da un patto d'azione, si trattava di una "proposta eretica", avversata dal Vaticano, dagli Stati Uniti e dai settori moderati della classe politica italiana. Infine, con l'elezione di Fanfani a segretario della DC, Gronchi veniva escluso, con altri notabili democristiani (Togni, Pella, Gonella) dalla nuova direzione democristiana. Fu l'origine della "Concentrazione", che raggruppava in seno alla DC gli avversari del nuovo corso fanfaniano i quali, esclusi anche da incarichi di governo, manifestavano la loro opposizione alla formula quadripartita diretta da Scelba.

Nei giorni dell'elezione presidenziale del 1955, Fanfani sperava che i voti della coalizione governativa potessero convergere facilmente sul candidato ufficiale della DC, il presidente del Senato Cesare Merzagora. In realtà, si trattava di una candidatura debole, avversata all'interno dello stesso partito cattolico, mentre Gronchi tesseva pazientemente la sua tela, moltiplicando i contatti sia con la sinistra socialcomunista che con alcuni esponenti monarchici e missini. Al 1° turno dell'elezione, Merzagora raccolse circa cento voti in meno del previsto. Il nome di Gronchi cominciò ad emergere al 2° scrutinio e al 3° balzò in testa. Fanfani cercò di rimediare, chiedendo il ritiro contemporaneo dei presidenti delle due assemblee: Merzagora accettò, mentre Gronchi dichiarò di non poter ritirare una candidatura che non aveva mai presentato. A questo punto, Fanfani fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco: divenuto candidato ufficiale della DC, al 4° turno Gronchi fu eletto con 658 voti su 833. Einaudi, che sperava in una rielezione e che poteva essere una carta di riserva, ottenne i voti dei liberali e dei socialdemocratici.

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2. Gli interventi di Gronchi nella formazione del governo

Fu chiaro fin dall'inizio che la maggioranza quasi plebiscitaria ottenuta da Gronchi non corrispondeva ad un sostegno effettivo del partito di maggioranza. Un diffuso allarmismo si manifestò anche Oltreoceano, dove il nuovo presidente viene erroneamente considerato come un pericoloso filocomunista. L'ambasciatrice americana, Clare Boothe Luce, rifiutò così di partecipare al ricevimento inaugurale della presidenza, col pretesto di una "malattia diplomatica", che venne subito ribattezzata "gronchite". Il discorso di insediamento fu considerato - come in effetti era - un appello alle sinistre per il superamento del centrismo: Gronchi si era riferito "a quelle masse lavoratrici ed a quei ceti medi che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell'edificio dello Stato senza introdurle effettivamente dove si esercita la direzione politica di questo". Tali inquietudini si accentuarono nel giugno 1955, quando Scelba rassegnò le dimissioni in seguito ad un conflitto con il Capo dello Stato. L'esecutivo seguente fu presieduto da Segni: se la formula centrista restò invariata, l'influenza di Gronchi si fece sentire sia nella composizione che nell'azione del nuovo governo. Il presidente si distinse anche per alcune innovazioni nella prassi, come la convocazione al Quirinale di riunioni di prefetti o di ambasciatori - oggi del tutto banali - ma che all'epoca suscitarono commenti negativi. Con queste riunioni, Gronchi intendeva metter fine alle discriminazioni anticomuniste adottate dalla "circolare Scelba" ed incoraggiare un nuovo corso in politica estera. Come vedremo in seguito, questa linea diplomatica entrò subito in conflitto con quella del governo, causando non pochi attriti con Segni, fino alle dimissioni di quest'ultimo, il 6 maggio 1957.

Poiché Segni rifiutava di ricevere un reincarico puramente formale e Fanfani non intendeva esporsi prima delle elezioni, Gronchi nominò il candidato indicato dalla DC, il vecchio antifascista Adone Zoli. Nei due anni che erano trascorsi dall'elezione, la situazione politica era profondamente mutata: in seguito al rapporto Kruscev sugli orrori dello stalinismo e agli eventi di Budapest (1956), il PSI iniziò a staccarsi dal PCI : il centro-sinistra sembrava a portata di mano, ma la corrente "autonomista" non riuscì ad imporsi in seno al PSI. Chiamato a realizzare l'apertura a sinistra, Zoli ottenne la maggioranza al Senato con i voti... dei monarchici e dei neofascisti del MSI, e decise immediatamente di rassegnare le dimissioni. Dopo un mandato esplorativo conferito a Merzagora e una nuova rinuncia di Fanfani, su consiglio di questi Gronchi decise di rinviare alle camere il governo dimissionario di Zoli, che ottenne la fiducia. La procedurìa seguita fu criticata in ambito parlamentare - Sturzo pronunciò un famoso discorso di accusa - e costituì il precedente di quello che sarebbe accaduto, con ben altre conseguenze, durante la formazione del governo Tambroni.

I dodici mesi dell'esecutivo Zoli corrisposero certamente al periodo di maggior attivismo del capo dello Stato, in particolare nel campo della politica estera. In effetti, il presidente del Consiglio si occupò soprattutto del disbrigo degli affari correnti, in vista delle elezioni legislative del 1958. Come Einaudi, anche Gronchi procedette ad uno scioglimento anticipato del Senato - il cui mandato correva fino al 1959 - per far coincidere il rinnovamento delle due assemblee. Contrariamente a quello "politico" del 1953, lo scioglimento del 1958 fu di natura puramente "tecnica" e non suscitò alcuna critica (nel 1963, una legge costituzionale avrebbe ridotto a cinque anni il mandato senatoriale).

Le elezioni del 25 maggio 1958 furono segnate dal successo della DC e di Fanfani, che formò un governo bipartito DC-PSDI. In quell'occasione, Gronchi procedette ad una modifica della prassi secondo cui l'incarico veniva conferito prima con un comunicato, quindi, al momento della nascita del governo, con un decreto opportunamente retrodatato. Il capo dello Stato decise di sopprimere tale decreto: da quel momento, l'incarico sarebbe stato conferito solamente con un comunicato, in modo da indicare la partecipazione del capo dello Stato alla scelta dei ministri. Se Gronchi e Fanfani avevano idee simili nel campo della politica estera ed interna, i rapporti personali furono tutt'altro che facili. Nell'autunno del 1958, il Capo dello Stato inviò diverse lettere per esporre le sue critiche su alcuni disegni di legge. Fanfani fece risalire a questo momento la sua rottura con Gronchi. Furono tuttavia le rivalità in seno alla DC a provocarne le dimissioni sia da capo di governo che dalla segreteria del partito (gennaio 1959).

Dopo le dimissioni dello statista aretino, Gronchi avrebbe voluto incaricare Tambroni, a lui legato da un sodalizio decennale, ma la DC si ricompattò sul nome di Segni (che di lì a poco, sarebbe diventato il leader della neonata corrente dei dorotei, mentre Moro fu eletto segretario). Dopo l'esperienza del bipartito DC-PSDI, il secondo governo Segni - un monocolore democristiano - pendeva nuovamente a destra, con una maggioranza che includeva, oltre alla DC, i liberali, i monarchici e i missini (i cui voti non erano tuttavia determinanti). Si trattava di un altro esecutivo debole, che, in seguito alla defezione dei liberali, rassegnò le dimissioni il 24 febbraio 1960.

Si aprì così la crisi più pericolosa della storia della Repubblica. Dopo aver conferito un incarico esplorativo al presidente della Camera Leone, Gronchi incaricò Segni di formare un governo di centro-sinistra. Il politico sassarese rinunciò in seguito a un incontro con mons. Tardini, che emise un veto nei confronti di "ogni governo che si regg[esse] sull'astensione anche dei soli socialisti" (il 15 aprile, il capo dello Stato avrebbe inviato un "appunto di carattere privato" a Giovanni XXIII per lamentare le continue interferenze della Curia). Dopo la rinunce informali di Moro e di Piccioni, il capo dello Stato ebbe le mani libere per nominare Tambroni a capo di un governo monocolore, che sperava di poter contare sull'astensione socialista. Gronchi si impegnò in prima persona, contibuendo alla redazione del discorso di investitura, ma qualcosa andò storto: Nenni fece un passo indietro, mentre i missini annunciarono la loro disponibilità a sostenere il governo. Tambroni modificò quindi la formula governativa, e l'8 aprile 1960, ottenne la fiducia della Camera con i voti determinanti dei neofascisti. In seguito alle dimissioni prima di Pastore, Sullo e Bo, poi di altri ministri, il presidente del Consiglio riconsegnò il mandato nelle mani di Gronchi. Questi incaricò Fanfani, ma quando il tentativo sembrava andare a buon fine, la destra democristiana annunciò il proprio veto. In assenza di alternative (eccetto lo scioglimento delle Camere, che la DC non desiderava), il presidente della Repubblica decise di rinviare il governo in Senato, come aveva già fatto in precedenza con Zoli. Ottenuta la fiducia, il governo ebbe vita breve a causa dei moti di Genova, dove avrebbe dovuto svolgersi il congresso del MSI. In realtà l'autorizzazione era stata concessa ai missini non da Tambroni, ma dal governo Segni. Nel clima incandescente del luglio 1960, la presenza dei missini nella maggioranza di governo fece precipitare la situazione. Dopo i morti di Reggio Emilia, Licata, Palermo e Catania, il paese sembrò sull'orlo della guerra civile. A questo punto le dimissioni di Tambroni, seppur ritardate, furono inevitabili e l'episodio segnò profondamente il settennato di Gronchi nella memoria collettiva.

Il capo dello Stato non ebbe praticamente nessun ruolo nella formazione del terzo esecutivo Fanfani (passato alla storia come il "governo delle convergenze parallele"), che poté beneficiare dell'astensione socialista. Se la strada verso l'apertura a sinistra era ormai aperta, Fanfani non concesse a Gronchi la soddisfazione di aprire la crisi prima dell'inizio del "semestre bianco". Il congresso DC di Napoli (27-31 genaio 1962) ratificò il cambiamento di maggioranza: il primo governo di centro-sinistra (sostenuto dai socialisti, ma senza partecipazione al governo) entrò in vigore il 22 febbraio 1962, e a pochi mesi dalla scadenza del settennato presidenziale. Come Einaudi, anche Gronchi avrebbe visto con favore una rielezione; ma perso il consensi delle sinistre, il presidente uscente raccolse solo poche decine di voti.

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3. I viaggi all'estero

La politica estera fu sicuramente il principale terreno d'azione di Gronchi. Senza essere ostile al Patto atlantico, di cui auspicava un riorientamento verso una maggiore cooperazione economica, lo statista di Pontedera privilegiava una linea (detta "neoatlantista") che affermasse l'autonomia dell'Italia nel bacino mediterraneo, linea condivisa dal presidente dell'ENI, Enrico Mattei. Nel corso del settennato, Gronchi perseguì tre obiettivi: la valorizzazione del ruolo dell'Italia - entrata all'ONU nel 1955, ma spesso esclusa dai tavoli diplomatici internazionali; la mediazione tra le superpotenze per risolvere i grandi problemi internazionali (in primis, la questione di Berlino e della riunificazione tedesca); l'adozione di una nuova politica nei confronti dei paesi mediorientali. Dopo lo scoppio della crisi di Suez (1956), la linea di Gronchi e Mattei, favorevole al colonnello Nasser, si oppose alla solidarietà europea del governo. In questo contesto si inserì la famosa vicenda della lettera di Gronchi ad Eisenhower, che Segni e Martino fecero bloccare. Le proposte avanzate da Gronchi - l'adozione di un piano di aiuti ai paesi del Medio Oriente in funzione anticomunista - non erano né rivoluzionarie né eterodosse, ma il governo intese in questo modo porre un freno all'interventismo presidenziale. Ne seguì uno scontro istituzionale, nei giorni in cui dirigenti europei erano riuniti per firmare i trattati di Roma. Il capo dello Stato, che pure non era ostile all'idea europea, non ebbe nessun ruolo nei negoziati che portarono alla nascita delle CEE e dell'Euratom.

Gronchi fu il primo presidente italiano a compiere viaggi all'estero (De Nicola e Einaudi si erano recati in visita ufficiale solo in Vaticano): ben tredici in sette anni, di cui due alla Santa Sede, senza contare gli innumerevoli incontri svoltisi al Quirinale. La visita negli Stati Uniti (24 febbraio-14 marzo 1956), cominciata sotto pessimi aspici, si concluse con un trionfo, grazie alla simpatia che Gronchi seppe conquistarsi con i suoi discorsi al Congresso e in altre sedi. Prima della visita, si pose per la prima volta la questione della supplenza presidenziale. Non volendo cedere neppur provvisoriamente i suoi poteri al presidente del Senato Merzagora, suo vecchio rivale, Gronchi nominò una commissione ad hoc che consegnò le proprie conclusioni molti mesi dopo. Il viaggio in Francia (25-28 aprile 1956) permise di rinsaldare i legami con la "sorella latina" dopo la pugnalata alle spalle della Seconda Guerra mondiale. Dopo una visita in Svizzera per il 50° anniversario del Sempione (25-28 aprile 1956), fu la volta della Repubblica federale tedesca (6-9 dicembre 1956). A Bonn, Gronchi e Adenauer parlarono di un "motore italo-tedesco" per accelerare l'integrazione europea. Nel settembre del 1957, il presidente della Repubblica si recò in Iran contemporaneamente a Enrico Mattei, il quale (senza far parte dela delegazione ufficiale) vi firmò il celebre accordo ENI/NIOC (detto impropriamente "75%-25%") che segnò l'inizio di una nuova fase nei rapporti con i Paesi produttori di petrolio. A questa visita fecero seguito il viaggio in Turchia (11-15 novembre 1957) e numerosi contatti con rappresentanti dei paesi non allineati dell'Africa e dell'Asia. Nel maggio del 1958, Gronchi si recò in Inghilterra: il colloquio con il Primo ministro MacMillan vertè nuovamente sui problemi del Medio Oriente. Il viaggio in Brasile (3-14 settembre 1958) fu il primo di un capo di Stato italiano in America latina, dove fu accolto con entusiasmo dagli emigrati italiani. Il 10 settembre, firmò con il presidente Kubitscheck la dichiarazione di San Paolo, con cui l'Italia intendeva lanciare un ponte tra l'Europa e i paesi sudamericani.

Fino a questo momento, le visite all'estero avevano conferito un notevole prestigio internazionale a Gronchi e all'Italia. Il viaggio in Unione Sovietica (5-11 febbraio 1960) fu invece al centro di molte polemiche, fin dal momento del suo annuncio: il politico di Pontedera era riuscito a procacciarsi un invito in Russia, accettato senza entusiasmo dal governo Segni ed apertamente osteggiato dal cardinale Ottaviani. A Mosca, Gronchi trovò in Krusciov il più imprevedibile degli interlocutori. I colloqui al Kremlino e nella datcha del leader sovietico rivelarono l'asprezza del confronto, in particolare sulla questione di Berlino, che sfociò apertamente in un dissidio durante il ricevimento all'ambasciata italiana. L'incidente, prontamente enfatizzato dalla stampa italiana, diede al viaggio il significato di un fallimento diplomatico, mentre gli alleati atlantici sottolineavano la fermezza dimostrata da Gronchi di fronte al segretario del PCUS.

Alla fine del settennato, il terzo capo dello Stato compì un'altra tournée sudamericana, visitando il Perù, l'Argentina, l'Uruguay e nuovamente il Brasile. In occasione di questa visita, vennero stampati alcuni francobolli commemorativi, tra cui il famoso "Gronchi rosa", che presentava un errore di frontiera tra il Perù e l'Ecuador. Il francobollo venne prontamente ritirato dalla circolazione, per la felicità di qualche fortunato filatelico. L'ultimo viaggio del mandato avvenne in Svizzera (1° marzo 1962) in occasione di una visita in forma privata alla Fondazione Balzan.

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4. Aspetti istituzionali della presidenza Gronchi

Già nel discorso di insediamento, il nuovo presidente aveva sottolineato la necessità di procedere ad un "disgelo costituzionale", attuando le istituzioni previste dalla costituzione, come la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura e il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro. In seguito a questo discorso, Pietro Calamandrei inventò la famosa formula secondo la quale il Capo dello Stato è la "viva vox constitutionis". Gronchi partecipò in prima persona ai negoziati per sbloccare la situazione che impediva da anni l'entrata in vigore della Corte. Nel novembre 1955, il Parlamento riuscì finalmente a trovare un accordo su cinque nomi di indiscusso prestigio (i democristiani Cappi e Ambrosini, il liberale Cassandro, il socialista Bracci e Nicola Jaeger, di area comunista ma non iscritto al PCI). Dopo le cinque nomine di competenza dei presidenti di assemblea, anche Gronchi potè procedere alla scelta di cinque giudici costituzionali, Azzariti, Capograssi, Castelli, Perassi e De Nicola. Quest'ultimo, eletto dai suoi pari il 23 gennaio 1956, fu il primo presidente della Corte. Fu necessario attendere le leggi del 5 gennaio 1957 e del 24 marzo 1958 perché anche il CNEL e il CSM fossero ufficialmente istituiti, in seguito a ripetuti interventi di Gronchi presso il presidente del Consiglio e i presidenti delle due Camere.

Per quanto riguarda la nomina dei membri del CNEL, egli adottò la prassi istituita da Einaudi per i giudici costituzionali, ritenendo che la scelta dei membri di nomina presidenziale spettava in modo esclusivo al capo dello Stato. Prassi del resto seguita anche per l'unica nomina di senatore a vita, quella del'ex-presidente del Senato Paratore. Per quanto è dato sapere, Gronchi ebbe un ruolo attivo anche nei lavori del CSM - la prima seduta si svolse al Quirinale il 18 luglio 1959 - e soprattutto del Consiglio supremo di difesa: contrariamente alla sua immagine di "atlantista tiepido", il terzo presidente fece votare più volte un aumento delle spese militari.

Infine, come quasi tutti i suoi successori, Gronchi fece un uso molto misurato dell'art. 74.1 della Costituzione, che prevede un "veto sospensivo" sulla promulgazione delle leggi: rinviò al Parlamento solo tre leggi (una nel 1959, due nel 1960) per una nuova deliberazione. Molto numerosi furono invece gli interventi ex ante per consigliare al governo delle modifiche in ambito legislativo.

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Si riporta di seguito una lista di libri dedicati, direttamente o indirettamente, alla presidenza Gronchi. L'ordine è alfabetico per autore.

Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca. Si suggerisce altresì la consultazione della ricca e aggiornata Rassegna bibliografica curata dalla Biblioteca del Quirinale, consultabile online (in particolare, p. 223 e sgg.).

Bruna Bagnato, Prove di Ostpolitik, Politica ed economia nella strategia italiana verso l'Unione sovietica 1958-1963. Firenze, Leo S. Olschki, 2003.

Domenico Bartoli, Da Vittorio Emanuele a Gronchi. Milano, Longanesi, 1961.

Lorenzo Bedeschi, Un cattolico al Quirinale. Roma, Quattrucci editore, 1958.

Stefano Bertelli (a cura di), Nel 50° della Resistenza e della Liberazione e nel 40° dell'elezione di Giovanni Gronchi. Pisa, Giardini, 1995.

Stefano Bertelli (a cura di), Scritti e discorsi su Giovanni Gronchi a vent'anni dalla morte, Pisa, Giardini, 1998.

Alberto Consiglio, Il Presidente Gronchi. Genova, Sigla Effe, 1962.

Giovanni Gronchi a cento anni dalla nascita (a cura del Centro "Giovanni Gronchi" per lo studio del Movimento cattolico). Pisa, Giardini, 1988.

Giovanni Gronchi a dieci anni dalla morte (a cura del Centro "Giovanni Gronchi" per lo studio del Movimento cattolico). Pisa, Giardini, 1989.

L'Italia durante la presidenza Gronchi, Atti del Convegno di Pontedera del 28 ottobre 1989 (a cura del Centro "Giovanni Gronchi" per lo studio del Movimento cattolico). Pisa, Giardini, 1990.

Giovanni Gronchi (contributi di Giuseppe Alessi, Emo Sparisci, Virginio Rotondi, Paolo Emilio Taviani, Leon J. Wollemborg), "Civitas", XXXVIII, n° 3, giugno 1987.

Alfio Doveri, Giovanni Gronchi, parlamentare e uomo politico pisano. Pisa, Pacini, 1987.

Amintore Fanfani, Diari, vol. IV (1960-1963). Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.

Giovanni Gronchi, Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi (a cura di Roberto Gallinari), "Quaderni di documentazione", Nuova Serie, n. 11, 2009.

Giovanni Gronchi, Discorsi parlamentari. Roma, Senato della Repubblica, 1986.

Giovanni Gronchi, Discorsi d'America. Milano, Garzanti, 1956.

Gianfranco Merli, Giovanni Gronchi. Contributo ad una biografia politica. Pisa, Giardini, 1987.

Gianfranco Merli, Emo Sparisci, Giovanni Gronchi: una democrazia più vera. Roma, Studium, 1993.

Gianfranco Merli, Emo Sparisci, La Pira a Gronchi, lettere di speranza e di fede. Pisa, Giardini, 1995.

Paolo Morelli (a cura di), Da Pontedera al Quirinale : Giovanni Gronchi nell'Italia del Novecento, Catalogo della mostra. Comune di Pontedera, 2014.

Luciano Radi, Tambroni trent'anni dopo. Bologna, Il Mulino, 1990.

Antonio Segni, Diario 1956-1964, a cura di Salvatore Mura. Bologna, Il Mulino, 2012.

Maurizio Serio, Il Mito della Democrazia sociale, Giovanni Gronchi e la cultura politica dei cattolici italiani (1902-1955). Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009.

Giuseppe Sircana, « Giovanni Gronchi » in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 59. Roma, Istituto della Encicopedia Italiana, 2002, p. 771-776.

Luigi Somma, De Gasperi o Gronchi?. Roma, ed. Corso, 1953.

Milziade Torelli, Quirinale alla ribalta. Milano, Editrice Le Stelle, 1960.

Giancarlo Vigorelli, Giovanni Gronchi, battaglie d'oggi e di ieri. Firenze, Vallecchi, 1956.

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