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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 50 (Nuova Serie), aprile 2019

La Fontana di Piazza della Rotonda

fontana PantheonContinuando il nostro percorso tra le bellezze artistiche che sorgono nelle vicinanze della Biblioteca del Senato ci occuperemo questa volta della fontana di piazza della Rotonda, da sempre in inscindibile rapporto con il monumento fondato da Agrippa, il Pantheon, cui è stato dedicato lo scorso numero della rubrica.

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1. L' acqua e gli acquedotti di Roma

2. Le fontane nella Roma del Cinquecento

3. La costruzione della fontana

4. I restauri

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. L' acqua e gli acquedotti di Roma

Prima di cominciare a parlare di questa specifica forma d'arte, è forse utile una breve digressione su quello che ne è l'elemento cardine, l'acqua. Va intanto sottolineata l'importanza che da sempre essa ha rivestito per Roma: già Plinio scriveva "non v'è altra città al mondo la quale abbia tanta copia d'acqua per uso pubblico quanto Roma".

Una delle principali ragioni della sua ubicazione risiede, infatti, non solo nelle rive del Tevere, fondamentale veicolo per il trasporto del sale dall'Etruria e comunque imprescindibile risorsa di acqua, ma nell'abbondanza delle acque sorgive che, convogliate verso la valle e alimentando la Cloaca Massima, mettevano la popolazione al sicuro dal pericolo della siccità e permettevano l'irrigazione ai primi agricoltori dell'Agro.

Già i primi re ne avevano compreso l'importanza e si erano adoperati affinché la città venisse arricchita di acque trasportate anche da lontano per mezzo di canalizzazioni sotterranee o aeree, gli acquedotti, i cui ruderi sono ancora disseminati per l'intero agro romano.

Gli imperatori poi, e addirittura qualche privato, utilizzarono questo primario elemento per costruire veri monumenti di tecnica e arte, le terme, sontuosi bagni pubblici messi a disposizione della popolazione gratuitamente. Per alimentarle si ebbe naturalmente bisogno di un'imponente massa d'acqua e allora gli imperatori la convogliarono verso l'Urbe prendendola da sorgenti accuratamente scelte e abbondanti.

Questa straordinaria ricchezza idrica venne meno a partire dal 537; nella primavera di quell'anno infatti il re dei Goti, Vitige, volendo conquistare Roma, per superare la strenua difesa organizzata da Belisario, ordinò che tutti gli acquedotti venissero tagliati. Da allora e fino a tutto il medioevo la sempre maggiore trascuratezza condusse allo svuotamento delle terme e dei ninfei, alla scomparsa delle fontane e alla deviazione delle sorgenti alimentatrici. La penuria di acqua in Roma fu tale che non solo si tornò a bere l'acqua del Tevere, ma si formò addirittura una categoria di venditori ambulanti chiamati acquarenari, i quali attingevano l'acqua dal fiume, la versavano in appositi serbatoi ove depositava il limo finissimo che rende biondo, per modo di dire, il Tevere e così depurata, la vendevano.

Le principali notizie sulla costruzione di acquedotti, cisterne, condotti etc. ci vengono da Vitruvio, Plinio e Dionigi d'Alicarnasso, ma è Sesto Giulio Frontino colui che tratta delle acque condotte a Roma con dovizia di particolari nel De acqueductibus Urbis Romae. Nel 97 d.C. infatti, egli venne chiamato dall'imperatore Nerva a occupare per nove anni la carica di curator aquarum e scrisse per propria memoria un manuale su tutti gli acquedotti che riparò e amministrò.

La più antica acqua importata a Roma fu quella denominata Marcia dal re Anco Marzio; l'Acqua Vergine che alimenta la nostra fontana, fu invece introdotta da Agrippa, il genero dell'imperatore Augusto, solo nel 19 a.C. e principalmente per alimentare le sue terme nei pressi del Pantheon. Le sue sorgenti erano nell'Agro Lucullano, presso l'VIII miglio della Via Collatina, nell'odierna località di Salone e l'acquedotto, pur partendo da sud-est di Roma, vi entrava invece da nord non seguendo quindi la via più breve ma, attraversando le vie Tiburtina e Nomentana e affiancando la Flaminia, giungeva in città presso i Monti Parioli, fino alla originaria fontana terminale costruita da Agrippa proprio presso il Pantheon.

Probabilmente grazie a questo percorso e non, come si potrebbe pensare, per la sua brevità, l'acquedotto Vergine per tutto l'arco dei secoli è stato il meno sventurato degli altri dieci: su ventuno chilometri totali, circa diciannove erano sotterranei e soltanto due allo scoperto con brevissimi tratti su archi. Per questa ragione l'acquedotto Vergine si presentò pochissimo esposto sia ai danni naturali sia e soprattutto a quelli bellici. Secondo quanto testimonia Procopio anche questo acquedotto fu interrotto da Vitige, ma dato l'affollamento della zona che doveva alimentare, forse fu riattivato dalle autorità prima degli altri. La leggenda, ricordata da Frontino, fa risalire il nome dell'acquedotto ad una vergine che avrebbe suggerito ai soldati di Agrippa, seguendo il suo intuito, l'esatta ubicazione delle sorgenti fino ad allora cercate invano, ma è invece più probabile che il nome fosse legato alla purezza e alla freschezza delle sue acque.

Per contrastare l'inarrestabile decremento del flusso delle acque, in particolare nella zona di Campo Marzio, quella più popolata dell'Urbe, la Camera capitolina e quella apostolica curarono, per quanto possibile, l'acquedotto nel corso dei secoli, ma dimenticate col tempo le vere sorgenti, ci si dovette accontentare di immettervi vene scadenti e di minore portata (come quella di Boccadileone) e, solo al tempo di Pio IV, nel 1562, fu possibile riallacciare le originarie sorgenti.

2. Le fontane nella Roma del Cinquecento

La creazione della fontana del Pantheon si inserì nel programma di restauro dell'Acquedotto Vergine realizzato a partire dal 1572 per volontà di Gregorio XIII. In realtà già Niccolò V nel 1458 e Paolo II nel 1467 avevano restaurato questo condotto, Paolo III Farnese nel 1535 aveva espresso l'intenzione di procedere al riallacciamento delle antiche sorgenti alla tenuta di Salone ma poi non aveva potuto attuare il progetto a causa della mancanza di fondi, progetto che sarebbe stato ripreso da Pio IV nel 1562 con l'affidamento dei lavori ad Antonio Treviso. Ma il grande piano di risanamento e restauro fu quello promosso da Pio V nel 1570, quando venne nominata una commissione di curatori ed amministratori delle acque preposta all'opera e infine, conclusa l'opera di ripristino dell'antico acquedotto, Gregorio XIII Boncompagni poté predisporre il programma per le diramazioni dell'acqua nelle abitazioni private e quelle per le fontane pubbliche da distribuire lungo il percorso. Alla direzione di tutta la conduttura prima, e delle fontane poi, furono sempre Giacomo della Porta e Bartolomeo Gritti, primo e secondo architetto, come ben risulta dalla differenza di salario (il Della Porta riceveva trentasei scudi a trimestre e il Gritti ventidue e mezzo). I due, tra il 1572 e il 1574, costruirono le derivazioni di tre condutture in terracotta destinate alla zona del Campo Marzio e diressero la costruzione di tutte le fontane pubbliche, e di buona parte di quelle private, erette sulle piazze e nelle vie di Roma durante la seconda metà del Cinquecento.

La presenza dell'acqua come elemento della natura nel cuore della città cominciò proprio allora a rivestire un'importanza crescente, anticipando la poetica barocca per la quale la fontana diverrà un essenziale elemento di arredo urbano, in cui gli artisti potranno dispiegare tutta la loro fantasia, addirittura tenendo conto della virtù musicale dell'acqua, regolandone la sonorità o aggregandola a quegli idro-organi che furono di gran moda nel Seicento e nel Settecento.

Subito dopo il restauro promosso da Gregorio XIII nel 1570, vennero infatti programmate 18 fontane per provvedere d'acqua il Campo Marzio, ma le uniche ad essere realizzate furono quelle di piazza Navona (1574), piazza del Popolo (1575), piazza della Rotonda (1575-77), piazza Colonna (1575-77), piazza campo de' Fiori (1581) piazza Mattei (1581-84) e piazza S. Marco (1586). Le altre fontane non vennero costruite, in alcuni casi perché l'Acqua Vergine non era più in grado di arrivare, prosciugata dai numerosi utenti privati.

La direzione di tutti questi lavori da parte di Giacomo Della Porta comportò l'adozione di una tipologia di fontana pressoché simile in ogni piazza e da cui si svilupperanno le realizzazioni successive. Il motivo prevalente fu quello a calice o a cantaro e gli elementi decorativi, tranne qualche rara eccezione, furono maschere, tritoni, conchiglie e delfini; motivi e materiali policromi che rivelano uno spiccato gusto manieristico. Costante fu anche la centralità delle piante delle vasche su gradini, con bordi mistilinei e labbri più o meno sporgenti. I giochi d'acqua per il basso livello dell'acquedotto non poterono mai raggiungere le suggestioni barocche e vennero risolti di volta in volta con ricadute nella parte centrale, o con fuoriuscita di esili zampilli o leggere vele dalle sculture nello specchio dell'invaso.

Alla realizzazione concorsero scultori e scalpellini impiegati nei vari cantieri e in genere esperti anche di restauri di sculture antiche (Taddeo Landini, Silla Longhi, Simone Moschino, Giuseppe da Carrara, Egidio della Riviera de Malines, Antonio de Osis, Andrea Lucchesini, Ludovico Rossi). Questi artisti lavorarono in contemporanea per la decorazione di più fontane sia per soddisfare l'esigenza di realizzare in breve tempo un gran numero di opere celebrative di pubblica utilità, sia per rendere possibile, grazie al lavoro in serie, l'utilizzo degli stessi elementi decorativi in una o in un'altra fontana, come accadde per quella del Pantheon.

3. La costruzione della fontana

La costruzione della nostra fontana iniziò prima ancora che se ne fosse stabilita la collocazione definitiva. Anche se questo può oggi apparire strano all'epoca era invece prassi comune scegliere il luogo di destinazione delle fontane solo qualche tempo dopo la loro commissione.

Fu, come abbiamo detto, papa Gregorio XIII, che volendo dare una definitiva sistemazione alla piazza del Pantheon, incaricò il suo architetto preferito, Giacomo Della Porta, di adornarne il centro con una fontana, che connotò così in modo nuovo la piazza, come testimoniato da tutte le piante della città di Roma a partire da quella di Antonio Tempesta del 1593.

La zona, soggetta alle inondazioni del Tevere, brulicava di traffici e qui si riunivano i mercanti di campagna ed in genere gli agricoltori provenienti dai vicini comuni. Molti pontefici, spesso invano, lottarono per l'igiene e contro l'incuria cui era soggetta l'area, ma nonostante i reiterati tentativi di allontanamento del mercato per rendere più decoroso lo spazio dopo la costruzione della fontana, le necessità economiche dei canonici della chiesa di S. Maria ad Martyres non permisero soluzioni durature. Essi, infatti, confermati possessori della piazza a partire da Sisto IV fino al Seicento, ricavavano un notevole guadagno dall'affitto del suolo corrisposto dagli ambulanti, e pertanto non potevano che approvare tacitamente il grave stato di incuria determinato dalla presenza del mercato che di fatto rimase nella piazza fino al 1823.

Il dislivello della piazza venne superato da una gradinata di travertino sottostante la vasca, con cinque gradini dalla parte della basilica e due soli dall'altra parte, che praticamente raddoppiano il diametro della vasca e che pongono la fontana in posizione decentrata rispetto al fronte del Pantheon. Con un parapetto venne cinta la vasca e al centro, su di un balaustro, fu eretta una grande tazza - sostituita poi dall'obelisco - da cui usciva l'acqua. Sul retro della fontana, nella posizione dell'attuale fontanella in ghisa, fu collocato un beveratore secondo l'usanza documentata per tutte le fontane monumentali.

Per il bacino di marmo bigio il Della Porta disegnò una forma molto simile a quella delle fontane di Piazza Colonna e di Piazza Navona, cioè una pianta quadrata con la metà di ciascuno lato convesso e nelle anse dei semicerchi fece inserire quattro maschere con delfini laterali, sul cui retro erano raffigurati altrettanti draghi, simboli araldici di papa Gregorio XIII Boncompagni. Proprio dallo studio di tali maschere è emerso con chiarezza lo stretto legame tra la storia decorativa della nostra fontana e quella delle due fontane progettate per piazza Navona nel 1574. Queste ultime vennero eseguite da Ludovico Rossi su disegni e modelli di Giacomo Della Porta e collocate a sud e a nord dell'area ellissoidale della piazza. In particolare le quattro maschere della fontana di piazza del Pantheon erano state preparate l'anno avanti per la fontana nord, quella denominata in seguito dei Calderari, che restò invece disadorna fino al 1878. Quello dei mascheroni - volti fantastici e volti umani - fu un tipico motivo del periodo manierista, allorquando le citazioni del repertorio classicheggiante venivano spesso inserite nel genere artistico definito del "capriccio", libero da canoni logici e razionali.

La vasca di marmo mischio africano e la scalea furono eseguite da Leonardo Sormani, le due maschere da Simone Moschino e il parapetto da Andrea Lucchesini. Tutti i marmi utilizzati provenivano dalla copiosa partita di pietre mischie e africane prelevate dalle rovine di Porto e tutto il prezioso materiale servì anche per le fontane delle piazze Navona, Colonna e anche per il Campidoglio.

L'intera opera, ben armonizzata al tempio anche nel colore di insieme, fu completata nel 1577 e già nel 1580, con decreto del 20 dicembre, la congregazione stabilì che l'acqua ricadente dal vaso grande della fontana venisse ceduta in perpetuo alla famiglia Crescenzi, il cui palazzo sorgeva presso la piazza della Rotonda, che in cambio avrebbe assicurato la manutenzione del vaso grande e dello sbocco della fogna al Tevere per il relativo deflusso.

4. I restauri

Di questa originaria fontana resta oggi solo il bellissimo bacino mistilineo in marmo bigio africano, perché, come la maggior parte delle fontane cittadine, ha subito nel tempo modifiche ed integrazioni dovute non solo al mutamento dei gusti e delle esigenze, ma anche all'usura e al degrado cui inevitabilmente questa particolare tipologia di monumento all'aperto è soggetta.

Il primo intervento fu voluto da Alessandro VII il quale nel piano di disinfestazione della piazza da lui attuato nel 1662, oltre a far demolire gli innumerevoli botteghini dei rivenditori ed insieme buona parte delle casupole addossate al Pantheon, fece abbassare il piano della piazza di un metro, togliere la balaustra e i gradini dellaportiani e creare l'ampio ed attuale basamento che ripete il motivo mistilineo della vasca; in tal modo, meglio isolata e leggermente più elevata, la fontana fu certamente valorizzata.

Ben più incisiva fu però l'opera di Clemente XI Albani il quale, nel quadro dei programmi di abbellimento della città che lo aveva spinto ad indire concorsi per opere pubbliche di decoro e utilità sociale, tra le altre cose, promosse interventi all'interno del Pantheon, sistemò la piazza riducendo il numero dei casini in legno del mercato che quotidianamente la occupavano e, nel 1711, trasformò la fontana cinquecentesca collocando al posto della tazza superiore esistente, un obelisco poggiante su una scogliera in travertino. Sopra l'obelisco egizio dell'epoca di Ramesse II, proveniente dall' Iseo, il tempio egizio che nell'antica Roma occupava parte dell'area della chiesa della Minerva, si trovano la stella gentilizia degli Albani e la croce. Filippo Barigioni curò questa fase dei lavori e pose l'obelisco sopra la scogliera intagliata da Francesco Pincellotti sulla quale si innesta un plinto decorato negli angoli da quattro delfini scolpiti da Vincenzo Felici, dalle cui fauci fuoriesce abbondante acqua. Su due facce del plinto sono scolpiti due monumentali stemmi Albani, sulle altre due facce è invece ripetuta un'epigrafe che celebra gli interventi di Clemente XI. CLEMENS XI / PONT. MAX. / FONTIS ET FORI / ORNAMENTO / ANNO SAL. / MDCCXI / PONTIF. XI . L'architetto Barigioni sembra qui ispirarsi chiaramente alla fontana dei Quattro Fiumi del Bernini realizzata nella vicina piazza Navona, anche se la monumentalità scenografica di quella si risolve piuttosto in un esercizio di stile decorativo e anche l'acqua non interviene a vivificare l'insieme. Infatti rispetto ai getti filiformi preesistenti, vengono solamente create delle aperture a vela da cui comunque, forse per lo scarso livello dell'Acqua Vergine, sgorga poca acqua.

Nel 1879-80 la fontana venne restaurata ancora una volta e per preservarne il decoro e l'igiene venne chiusa da una cancellata così come molti altri monumenti e fontane sullo scorcio del XIX secolo.

Nel 1886 le quattro maschere dellaportiane, già asportate nel 1880 e trasferite a Villa Borghese, furono sostituite dalle attuali copie ottocentesche di Luigi Amici. Nel 1928 il Comune di Roma eliminò le inferriate poste a protezione della fontana e infine, nel 1947 e poi, nel 1991-92, il nostro monumento venne sottoposto agli ultimi restauri e oggi continua, dopo quasi mezzo secolo, a connotare la piazza in un costante e privilegiato rapporto con il Pantheon.

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

La fontana di Piazza della Rotonda. Percorso bibliografico nelle collezioni della biblioteche del Senato e della Camera. Per ulteriori approfondimenti è possibile proseguire la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

Per i termini tecnici ricorrenti nell'articolo si rimanda alla rubrica Glossario.

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