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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Per una geografia storico-economica. L'Italia (parte terza: l'Italia repubblicana, 1945-1980)

boom1. La situazione al termine del conflitto

2. L'industria dalla ricostruzione al miracolo economico

3. L'evoluzione dell'agricoltura sino ai primi anni sessanta

4. L'industria dalla fine del miracolo agli anni settanta

5. L'agricoltura negli anni sessanta e settanta

6. Conclusioni

7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. La situazione al termine del conflitto

Nell'articolo relativo al periodo monarchico abbiamo descritto come, principalmente nella parte nord-occidentale del paese e a partire dal suo ingresso nel primo conflitto mondiale, fosse andata costituendosi una struttura industriale di tipo moderno. Nel corso della seconda grande guerra essa subì danni relativamente contenuti: Podbielski (1975) stima la riduzione della capacità produttiva industriale non superiore al 10 per cento rispetto ai valori prebellici. Secondo un rapporto del Comitato Interministeriale Ricostruzione (1952), le infrastrutture subirono invece seri danneggiamenti e il calo della produzione agricola fu ingente (pari a circa il 60 per cento). Quello stesso rapporto, ricostruendo la situazione dell'immediato dopoguerra, rileva inoltre come lo stesso comparto industriale fosse all'epoca afflitto da problemi che ne minavano la capacità di operare in modo efficiente: problemi consistenti non soltanto nelle difficoltà di approvvigionamento di materie prime e nella scarsità di capitali, ma anche nella generale arretratezza tecnologica connotante i processi produttivi, come pure nel fatto che la politica autarchica fascista e successivamente la guerra avevano fatto assumere ad alcuni settori dimensioni eccessive, impedendo invece lo sviluppo di altri. A peggiorare la situazione contribuiva la fortissima tendenza ascensionale dei prezzi, che aveva l'effetto di spingere in alto anche i salari.

2. L'industria dalla ricostruzione al miracolo economico

Negli anni della ricostruzione la politica economica seguita dai governi mirò principalmente al contenimento delle spinte inflazionistiche. Contro di esse si intervenne praticando una politica monetaria e creditizia restrittiva, la quale a parere di Ciocca (2007) riuscì a ripristinare una situazione di stabilità dei prezzi senza sortire effetti negativi di rilievo sull'economia, ma che secondo altri studiosi - fra i quali Graziani (1969) - fu più drastica del necessario e finì per rallentare in misura significativa la ripresa della produzione industriale. I timori d'una ripresa dell'inflazione determinarono anche una prolungata renitenza a rilanciare lo sviluppo economico tramite programmi di investimenti pubblici: un atteggiamento che all'epoca, come riporta Amato (1972), fu rilevato e criticato (in quanto eccessivamente cauto) dall'amministrazione statunitense. A partire dal 1950 si manifestò tuttavia un nuovo orientamento, che conferì all'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) e all'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) la responsabilità di provvedere al potenziamento delle infrastrutture e di importanti settori dell'industria. Questa politica ebbe notevole successo, in ragione non soltanto della ricchezza e dell'occupazione direttamente generata da tali enti, ma anche degli stimoli che la loro espansione fornì a quella dell'industria privata. Secondo Sapelli (2008), difatti, la spesa per opere pubbliche contribuì in notevole misura a sostenere la domanda interna; per Barca e Trento (1997), inoltre, tale spesa pose a disposizione degli imprenditori privati estese reti viarie e di telecomunicazioni, mentre gli investimenti delle aziende statali nei settori petrolifero e siderurgico fornirono loro materie prime e semilavorati a prezzi convenienti.

In effetti, gli anni cinquanta e i primi anni sessanta costituirono un periodo di forte espansione industriale. L'indice della produzione manifatturiera elaborato da Romeo (1975), tuttavia, mostra come una decisa accelerazione dello sviluppo si sia avuta soltanto a partire dal 1958 (gli anni compresi fra tale data e il 1963 sono passati alla storia come quelli del "miracolo" o del "boom" economico). Ciò induce a ritenere che sul lato della domanda, accanto alla crescita della spesa pubblica, abbiano assunto notevole importanza anche le inedite possibilità di accesso ai mercati esteri sorte per effetto della stipula, nel 1957, del trattato istituente il Mercato Comune Europeo (che obbligava i paesi firmatari a rimuovere progressivamente le barriere tariffarie poste ai propri confini): e infatti vari studiosi, come Castronovo (1995) o i già citati Graziani (1969 e 1998) e Sapelli, sono pervenuti proprio a tale conclusione. Il fatto che un paese ritardatario nello sviluppo rispetto ad altri aderenti al MEC (quali Francia e Germania) abbia tratto grande beneficio dalla liberalizzazione degli scambi può apparire sorprendente; ma occorre considerare che la competitività dell'industria italiana sui mercati esteri era accresciuta dal basso costo della manodopera. Al riguardo, Castronovo scrive che nel decennio 1951-61, nonostante gli ingenti flussi migratori verso l'America e i paesi nordeuropei, in Italia la disoccupazione rimase assai elevata e che questa notevole disponibilità di manodopera inoccupata mantenne i rapporti di forza tra padronato e forza lavoro squilibrati in favore del primo, rendendo impossibile ai sindacati l'ottenimento di cospicui rialzi salariali.

3. L'evoluzione dell'agricoltura sino ai primi anni sessanta

La tendenza a limitare la spesa pubblica che caratterizzò i governi nella fase della ricostruzione si manifestò in ambito agricolo in misura ancora maggiore che in quello industriale. Difatti in agricoltura non soltanto risultarono limitati gli interventi diretti dello Stato, ma mancò pure - come rileva Manzocchi (1960) - un'azione di sostegno dei produttori paragonabile a quella di cui beneficiarono gli industriali. Questa politica di non intervento può essere fatta rientrare nella già menzionata strategia antinflazionistica; a parere di Sereni (1956), tuttavia, essa ebbe invece una finalità politica, venendo concepita allo scopo di mantenere precaria la situazione economica dei lavoratori agricoli e smorzare così l'ondata di rivendicazioni cui essi avevano dato vita dopo la caduta del fascismo. In verità, è indubitabile che le forze moderate insediate al governo del paese si ponessero, nelle campagne come in altri ambiti, degli obiettivi di stabilizzazione sociale; in ambito agricolo, tuttavia, essi furono perseguiti anche prendendo delle misure favorevoli al ceto contadino. Difatti in quegli anni il governo elaborò una riforma agraria che si sostanziò in tre provvedimenti, approvati nel corso del 1950, per mezzo dei quali ampie estensioni di terra furono espropriate ai loro possessori e distribuite a famiglie di coltivatori sulla base di pagamenti rateali.

Secondo Castronovo, tale riforma condusse alla scomparsa del latifondo - che ancora sopravviveva nelle regioni più arretrate del Mezzogiorno - e delle più gravose forme di sfruttamento bracciantile della manodopera, determinando anche un'attenuazione dei fenomeni di disoccupazione e sottoccupazione contadina. Nondimeno, i risultati di tali provvedimenti sono stati perlopiù giudicati inferiori alle aspettative: si considerino al riguardo le valutazioni di Barbero (1960), di Marciani (1966) o di Rossi-Doria (1957). In effetti, la riforma approvata aveva determinato una redistribuzione di terre sì estesa, ma comunque non abbastanza da interessare anche le numerose medie proprietà gestite da possidenti non interessati a ricercare un'efficiente conduzione delle aziende quanto i latifondisti; inoltre l'assistenza tecnica e finanziaria offerta ai contadini non fu sufficiente a porli in condizione di mettere in valore le terre ricevute, sulle quali continuarono pertanto ad essere praticate forme arretrate di agricoltura. Il mancato avanzamento tecnico, unitamente alla ridotta estensione dei fondi assegnati, fece sì che dalla riforma non derivasse neppure un reale miglioramento del tenore di vita dei suoi beneficiari.

Un giudizio generalmente negativo è stato dato anche dei successivi provvedimenti volti allo sviluppo del settore: Zamagni (1993), ad esempio, sostiene che gli aiuti concessi negli anni cinquanta non valsero a determinare una riqualificazione dell'agricoltura italiana e che l'incremento della produttività per addetto da cui essa fu interessata in tale periodo derivò soprattutto dallo spostamento d'una quota consistente della forza lavoro rurale verso le attività industriali e terziarie, che liberò le piccole aziende contadine di parte della manodopera in eccesso ch'era generalmente in esse presente. Anche uno studioso che offre un quadro più positivo della situazione dell'epoca, quale è Giorgetti (1974), non collega i progressi da lui individuati all'azione dello Stato: a suo parere furono le trasformazioni avvenute in ambito economico - mutamenti nel rapporto tra prezzi agricoli e prezzi industriali, modificazioni dell'entità e della composizione della domanda di derrate, subordinazione della produzione agricola ai bisogni dell'industria alimentare e della grande intermediazione commerciale - a stimolare l'evoluzione dei sistemi di coltivazione, l'abbandono delle tradizionali tipologie contrattuali, i processi di riconversione e specializzazione colturale. Una valutazione apparentemente diversa è data da Fabiani (1985), per il quale gli investimenti pubblici in bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari consentirono nel corso degli anni cinquanta una notevole crescita della produttività agricola; anch'egli tuttavia ritiene inadeguati gli sforzi compiuti in tal senso, sulla base del fatto che l'incremento della produzione non riuscì a tenere il passo di quello del consumo, rendendo necessaria l'importazione di quantità crescenti di derrate.

4. L'industria dalla fine del miracolo agli anni settanta

Il cosiddetto "miracolo economico" ebbe fine al termine del 1963. Ricostruendo gli eventi di quella fase, Castronovo rileva come, a partire dal 1962, i salari fossero andati crescendo con inedita rapidità, per effetto del ridursi della disponibilità di manodopera qualificata nelle regioni più industrializzate, e come il conseguente aumento dei costi di produzione avesse ridotto la competitività delle esportazioni italiane. Inoltre l'arretratezza del settore agricolo, le inefficienze di alcuni comparti del terziario (quali l'edilizia e la distribuzione commerciale) e lo stesso incremento dei salari determinarono una crescita dell'inflazione che venne contrastata anche in questo caso mediante una stretta monetaria e creditizia, la quale determinò una brusca caduta della produzione industriale, dell'occupazione e degli investimenti. Il fatto che si sia prodotto un rallentamento della crescita non appena accennò a venir meno il vantaggio competitivo derivante dal basso costo del lavoro ha spinto molti studiosi a dare una valutazione critica del meccanismo di sviluppo alla base del miracolo. Secondo Graziani (1998), ad esempio, anche negli anni del boom l'industria italiana mantenne un basso livello tecnologico; questo punto di vista è confermato da Gualerni (2010), il quale rileva la tendenza delle imprese esportatrici a ricercare la competitività sul fronte dei prezzi senza intervenire sulla propria struttura produttiva, e da Ciocca, il quale - pur valutando in termini positivi l'entità degli investimenti effettuati nel periodo 1950-63 - ritiene comunque che essi siano valsi a consentire un recupero solo parziale del ritardo tecnologico dell'Italia nei confronti dei paesi più progrediti.

Una volta assorbiti gli effetti della manovra deflazionistica l'economia riprese a crescere. Il ritmo di sviluppo della fase precedente, tuttavia, non venne più eguagliato: un fatto che può essere ricondotto alla mancata risoluzione dei problemi manifestatisi all'inizio del decennio. Autori quali Castronovo o Nardozzi (2004) hanno sottolineato come il tentativo dei governi degli anni sessanta di realizzare un'incisiva opera di programmazione in ambito agricolo e urbanistico ebbe esiti modesti. Inoltre, come si evince da studi quali quelli di Ciocca, di Gualerni o di Vasapollo (2007), negli anni successivi al 1963 il livello degli investimenti si mantenne più basso che nel decennio precedente, in quanto il ceto imprenditore puntò ad accrescere la produttività degli impianti e a ridurre i costi di produzione essenzialmente sfruttando la perdita di potere contrattuale subita dai lavoratori in seguito alla risalita del tasso di disoccupazione, la quale gli consentì d'imporre loro ritmi di lavoro più intensi e dinamiche salariali sfavorevoli.

Tale recupero fu tuttavia vanificato dal riesplodere, alla fine del decennio, della conflittualità operaia. Come rileva Ciocca, se è vero che questo fenomeno interessò l'intero continente, è vero pure che in Italia assunse particolare rilevanza per intensità e durata, con notevoli ripercussioni sui livelli salariali. L'incremento delle retribuzioni operaie, la crisi petrolifera del 1973 e l'emersione - di cui fa menzione Vasapollo - di nuovi competitori sul mercato internazionale (a cominciare da quelli asiatici) resero gli anni settanta un periodo difficile per le imprese nazionali. È opinione condivisa che in riposta a tale situazione lo stato non abbia saputo porre in essere politiche adeguate: a tale proposito de Nardis e Traù (2005), come pure Nardozzi, sostengono che in quella fase l'impresa pubblica non seppe svolgere la medesima funzione di promotrice dello sviluppo che aveva ricoperto in passato, mentre Fumagalli (2006) rileva che le misure adottate per tutelare le aziende in crisi (soccorsi pubblici spinti sino all'ingresso dello stato nel loro capitale e sostegno alle esportazioni tramite la svalutazione della lira) ebbero pesanti effetti controproducenti, contribuendo alla crescita dell'indebitamento, del costo delle materie prime d'importazione e dell'inflazione.

5. L'agricoltura negli anni sessanta e settanta

Per quanto concerne il comparto agricolo, è da rilevare che il mancato concretizzarsi dei più ambiziosi progetti di programmazione non significò la completa assenza d'una politica per lo sviluppo del settore. D'altronde negli anni sessanta l'arretratezza dell'agricoltura nazionale era ormai divenuta un problema ineludibile, in ragione delle sue conseguenze sui prezzi dei generi alimentari e sulla bilancia dei pagamenti (il cui equilibrio era compromesso dalla crescita delle importazioni di derrate). La strategia che si delineò nel corso del decennio, e che fu enunciata esplicitamente alla fine di esso in un rapporto del Ministero del bilancio (1969), consistette nella concentrazione degli investimenti pubblici nelle sole zone irrigue di pianura, dov'era possibile conseguire i più rilevanti incrementi di produttività. Nella rimanente parte del territorio agricolo nazionale si decise invece di praticare soltanto interventi volti a sostenere i redditi dei coltivatori. Secondo Fabiani, questa politica consentì il consolidamento d'un nucleo ristretto di medie e grandi aziende capitalistiche dotate di strumenti moderni e dall'elevata capacità produttiva, ma non un rafforzamento del complesso della struttura produttiva agricola, in ragione delle crescenti difficoltà da cui furono interessate le piccole proprietà contadine delle estese aree rimaste escluse da tale strategia di sviluppo. Questa analisi appare confermata dalla persistenza anche negli anni successivi al 1970 d'un forte deficit della bilancia agro-alimentare, per quanto Zamagni faccia notare come esso derivasse non soltanto dalle inefficienze della filiera agricola, ma anche da quelle dell'industria alimentare.

6. Conclusioni

La situazione dell'economia italiana alla fine degli anni settanta, dunque, si presentava ricca di luci ed ombre. Per un verso, nei trentacinque anni seguiti alla fine del conflitto mondiale essa aveva compiuto progressi notevolissimi, che l'avevano resa molto più simile a quella dei paesi maggiormente progrediti di quanto non fosse stata all'inizio di questo processo di sviluppo; al tempo stesso, tuttavia, erano sopravvissuti al suo interno squilibri ed elementi di debolezza abbastanza gravi da compromettere la sua capacità di ulteriore avanzamento. In quel particolare momento storico, caratterizzato da una generale situazione di crisi, l'Italia soffriva perciò a causa tanto della sfavorevole congiuntura internazionale quanto di propri specifici problemi. Gli attori economici e le istituzioni erano pertanto chiamati a realizzare una profonda opera di rinnovamento del sistema produttivo e del contesto in cui questo operava. Della portata e degli esiti di tale opera di rinnovamento daremo conto nel prossimo articolo.

7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

L'Italia repubblicana, 1945-1980. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca.

Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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